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  No Alla Violenza Negli Stadi
  Le dinamiche e le motivazioni ultras
 

Un gruppo siffatto produce due dinamiche precise: a) nell’in-group una forte spinta alla deindividuazione (il singolo con la sua individualità si appiattisce al volere del gruppo e la responsabilità morale si diffonde); b) nell’outgroup una forte spinta a considerare “l’altro” come un estraneo senza significato, e talvolta senza dignità, se è un non tifoso, come un nemico che minaccia la sopravvivenza del gruppo stesso, se è un tifoso di un’altra squadra. La motivazione ad aderire a questi gruppi così strutturati, dove il comportamento da adottare è un vestito bello che pronto da indossare, nasce dal senso fortissimo di identificazione e di appartenenza che questi gruppi forniscono, laddove nella nostra società si riducono le opportunità di integrazione e la dimensione sociale diviene sempre più atomistica.
Inoltre per molti, in certi contesti geografici e culturali, il gruppo di tifosi è una delle poche se non l'unica possibilità di identificazione collettiva rimasta, l’eldorado di gratificazione e appagamento dei bisogni di affiliazione per adolescenti in cerca di se stessi o per individui appartenenti a classi sociali svantaggiate o a realtà di precaria realizzazione personale.
L'identificazione col gruppo diviene così forte da sostituirsi all'identità: un ultras è prima di tutto un ultras, dopo forse è anche uno studente, un marito, un padre, un lavoratore ecc..
Il gruppo ultras soddisfa infine i bisogni di autostima e narcisismo dei suoi membri nel momento in cui non si considera solo supporto di una squadra  o mero “pubblico” partecipante, ma attore principale, protagonista nel bene e nel male del grande e spettacolarizzato evento che il calcio è diventato. La già complessa fisionomia delle motivazioni e delle ambizioni dei gruppi ultras viene ulteriormente complessificata quando nell’arena dell’ingroup/outgroup, oltre alla dimensione sportiva, si aggiungono dimensioni politiche, culturali, religiose, economiche.
Al risultato calcistico vengono conferiti simbolicamente significati ulteriori di rivalsa, vendetta, recupero dell’onore, lezioni di superiorità, polemizzazioni, rancori storici ecc. che pescano dentro a rivalità e contrasti che non hanno niente a che vedere con le squadre e lo sport.
Tutto congiura così perché la dinamica predominante diventi “noi” contro di “loro”: tanto più intensi saranno i sentimenti di solidarietà, sostegno, supporto al “noi”, tanto più ostili saranno gli atteggiamenti verso di “loro”.
Il tifoso si comporterà dunque secondo le aspettative del suo gruppo, facendosi coinvolgere in tutti quegli atti e quelle dimostrazioni che sostengono e validificano la sua appartenenza, smettendo prima di tutto di pensare in maniera autonoma.
Tipicamente perdendo il senso della realtà, categorizzando tutto in termini di giusto/sbagliato, vero/falso, amico/nemico, riconcettualizzando i significati di valore, onore, difesa, territorio, ingiustizia, giustizia, secondo un’ottica paranoica a senso unico che enfatizza retoricamente la contrapposizione fra “noi”  e  “loro”.
Dati questi presupposti il pretesto per l’ esacerbarsi dell’aggressività e per il ricorso alla violenza verrà trovato facilmente.
In questo caso però la violenza mantiene ancora un carattere prototipico e in un certo qual senso “concepibile”: c’è una motivazione, c’è uno scopo preciso (punire, intimidire, umiliare) e c’è un nemico individuato (la tifoseria avversaria).
Molto diverso il caso del vandalismo e della devastazione di oggetti e luoghi, dell’attacco casuale a persone, senza direzionalità, come puro sfogo aggressivo, che è un mero esercizio di violenza che si scatena opportunisticamente sugli spalti di uno stadio, ma troverebbe comunque espressione al bar o in piazza.
Altre volte invece la violenza  ha un obiettivo diverso da quello “naturale”; infatti il nemico è costituito dalle forze dell’ordine, le istituzioni e lo stato. Pensiamo alle vicende di Catania.
La dinamica diviene “noi tifosi” / “voi sbirri”.

 
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